Numerose ore sono passate da quel
fatidico 6 aprile. Le cose non vanno come i media propinano, ma la
volontà degli abruzzesi, gli aiuti spontanei, reti come
epicentro solidale, riescono a rendere l’emergenza meno pesante. Non
è tutto roseo, anzi il futuro sembra spesso grigio e oscuro,
ma c’è anche una grande forza che sta crescendo in queste
terre, una forza forse sopita da decenni. Purtroppo molti ancora
saranno i nomi da aggiungere alla lista, gli immigrati che ancora
aspettano di respirare da sotto le macerie, ma anche tutti quelli che
non reggeranno la rigidezza di questa situazione. Chi sa il caldo
estivo quante vite spezzerà, soprattutto tra chi ha già
visto passare diverse lune sopra la sua testa.
Dopo le prime intense, confuse giornate
sono passati anche momenti di dolce far nulla, momenti in cui tutti
noi ci siamo trovati a pensare, a riflettere su quanto è
successo, su quanto abbiamo perso. Non sarà più come
prima, non lo sarà mai più. Questo ormai risulta chiaro
anche a chi è passato qui solo per alcuni giorni. Questa
tragedia segnerà per sempre le vite di migliaia di persone,
quelli che sopravviveranno.
La tragedia nella tragedia. Non bastano
i morti, le vite spezzate, ci sono anche centinaia di vite che
rimarranno sempre all’ombra della tragedia. Che non rialzeranno mai
completamente le loro membra. Uno di quei casi è il mio. Tutto
sta sfuggendo dalle mie mani, tutta la mia vita se ne sta andando
come acqua, senza un contenitore per trattenerla. Qualcosa rimarrà,
impregnando gli indumenti, la pelle, ma buona parte cadrà a
terra, bagnando la terra. Cosa rimarrà di quello che avevo?
Una risposta ancora non l’ho trovata.
Forse, molto probabilmente, non la troverò. Forse la vivrò,
la risposta a tutto ciò, anche se questa possibilità mi
fa tremare le gambe, perdere le forze. Oggi, domani, ho e avrò
un motivo per andare avanti, quello di cui tra poco parlerò,
ma quando sarà tornato una pseudo normalità, quando nel
libretto dei conti rimarranno solamente le cose perse, cosa mi darà
la forza? Non riesco a trovare una visione di un futuro. Qualche anno
fa, quando mi sentivo punk, lo scrivevo anche sui muri no future.
Oggi mi trovo, o meglio mi troverò, a vivere quelle scritte.
Forse non sarà un no future così totalizzante, ma
potrebbe andarci vicino.
Nasce però anche qualcosa di
puro, di bello e vitale in questa situazione. E’ la voglia reale di
ricostruire una società, una società diversa, più
umana. Ogni giorno è sempre più chiaro a tutti che
nella tragedia c’è anche una grande possibilità, forse
un’utopia, ma qualcosa per cui lottare e non arrendersi. Oltre la
ricostruzione di mura, possibilmente più stabili di quelle
crollate, c’è la voglia di costruire una socialità che
purtroppo si era persa. Sognare è una funzione essenziale del
genere umano, senza di essa saremmo tutti cadaveri. Non poniamo
limiti ai nostri sogni, in fondo adesso abbiamo solamente quelli, i
sogni di una nuova vita.